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La critica di Neil Altman a Borgogno

Altman sostiene l’importanza del contesto storico nella lettura della situazione della paziente, soprattutto per il fatto che probabilmente (data età e periodo di analisi della paziente), stiamo parlando del fatto che i nonni morti della paziente siano morti durante la seconda guerra mondiale.
Questo, sostiene Altmann potrebbe date una lettura completamente differente della storia di vita di M e soprattutto di quella dei suoi genitori che sì, avrebbero perso il padre entrambi in concomitanza con la loro nascita, ma questo sarebbe avvenuto non per qualche “fato maligno” ma come vittime della guerra.
 
Lo sfondo della guerra ritorna anche in molti momenti dell’analisi di M:
Sogni di guerra
Carbonaro / Carbonaio
Alessandro Magno
Fare Quadrato
Inoltre M si dichiara lei stessa una grande divoratrice di affetti, che mangiava anche per la madre, dovendo in qualche modo fare da grande condottiero e liberare dalla condizione di depressione entrambi i genitori.
 
Altman sostiene che Borgogno trascuri eccessivamente il contesto di Guerra che siede alle spalle della vita di M e che è presente nella vita dei genitori da piccoli, questo in nome di una tradizione psicoanalitica che vuole il livello intrapsichico e interpersonale preponderante rispetto al contesto sociale di appartenenza.
Quello che Borgogno propone invece, è una lettura di quello che i genitori di M hanno “depositato” in lei di distruttivo e proprio. Secondo Altman questo modo di vedere il processo rischia di ignorare quello che è proprio della paziente e qunidi anche la sua propria parte distruttiva originale (non introiettata). Ma al contempo sottolinea come non si possa certamente ignorare che qualcosa della sua persona (patologica) sia stata posta in essa dai genitori (tramite proiezione e quindi espulsione) perchè altrimentri si cadrebbe nel riduttivismo.
 
Ipotizza poi che i genitori non fossero “maligni”, ma semplicemente traumatizzati dalla guerra e qunidi bisognerebbe parlare di una trasmissione intergenerazionale del trauma (Fonagy).
Questo perchè se i genitori sono visto come coloro che “odiano la vita e vogliono M morta” vorrebbe dire che i genitori sono persone malvage e porterebbe dei seri problemi in un’analisi.
Se invece si vedono i genitori come persone traumatizzate, l’origine del male passa al contesto sociale (almeno in parte). Ovviamente questo non assolverebbe in toto i genitori in quanto le vittime di guerra non sono solo vittime ma si identificano anche con l’aggressore, fino a voler uccidere ogni vita dentro di sè (inconsciamente). E quale miglior occasione di uccidere una nuova vita se non di riversare questo vuoto interiore sui figli?
 
Per non spostare però eccessivamente il focus sulla situazione sociale alle spalle, ed ignorare in questo modo le persone e la vita inter/intrapsichica, Altman suggerisce di considerare M e i genitori sia come vittime che come perpetratori (traumatizzate ma portatori anche al loro interno di forze distruttrici esaltate dal trauma).
 
Inoltre suggerisce agli analisti di non usare questa conoscenza del contesto e della “nuova immagine” dei genitori (diversa da quella portata dal paziente), comunicandola al paziente in quanto sarebbe controproducente, sia perchè potrebbe essere un canale per il paziente per sfogare la rabbia contro i genitori, sia perchè potrebbe far credere al paziente che l’analista voglia difendere a spada tratta i suoi genitori.
 
Risposta di Borgogno ad Altman
 
Borgogno esprime con fermezza che il suo scritto presentato in questo libro (e prima ancora per qualificarsi al training nel 1994) è un esempio di come lui voglia prendere sempre in considerazione il paziente nella sua interezza senza applicarvi delle categorizzazioni. Afferma con orgoglio di aver avuto come supervisore Luciana Nissim Momigliano e aver applicato da subito la sua idea “il paziente ha sempre ragione”.
Inoltre sottolinea l’importanza che la storia famigliare di ogni paziente assume per la sua lettura dell’analisi (perchè come Ferenczi e la Haimann sottolineano, molto spesso i processi di introiezione del paziente non sono intenzionali) e spiega ulteriormente la condizione di M:
famiglia povera e non allargata (come di solito accadeva)
nonni di M morti non per la guerra ma per malattia
I genitori avevano un lutto non elaborato, non un trauma derivante dalla guerra
I genitori non avevano potuto “essere bambini”
Quello che manca ad M, quindi, è una sotra di “immunizzazione psichica” che le permetta di vivere per il mondo (Ferenczi).
Il contesto socio-culturale non è quindi ignorato, ma, continua Borgogno, il paziente necessita in questi casi di un analista che viva sulla propria pelle i vissuti e l’affettività del paziente per poter proporre un ambiente psichico (e anche, estendendolo, sociale e culturale) adatto. Inoltre l’analista deve essere quindi sempre recettivo nei confronti del paziente per contenerli fino a quando non sarà in grado di farlo lui stesso.
 
M veniva in analisi per ricevere, anche tra mille sofferenze, una storia; per reimpossessarsene, per poterla fare sua dopo una funziona di holding che non includesse per essere efficace quella serie di “cadute” e di dolore famigliare/personale che l’avevano fino a poco prima sempre salvata dal contesto (nota personale)
 
Alina Schellekes
 
Sottolinea il ruolo delle varie “cadute” di M collegando i sogni di M cone la teoria sulle “vertigini psichiche” di Quinodoz.
 
Riguardo al primo sogno sottolinea come il fatto che la persona che compie l’hara-kiri non abbia una identità definita possa essere ricollegato al fatto che anche a M manchi un proprio sè separato dalla madre (oggetto di identificazione).
Inoltre sostiene che gli intestini siano dei pensieri, immagini di M non elaborate che vuole reintegrare.
 
Collegando con la teoria delle Vertigini, sostiene che manchi nel primo sogno la 3a dimensione, ovvero quello spazio interno che serve per poter “digerire” quei fattorio traumatici che si porta dentro; ma contemporaneamente a questo fallimento di interiorizzare la capacità di contenimento genitoriale, si può notare come ci possa essere una paura di caduta che potremmo definire con le parole di Quinodoz “da fusione (cade l’oggetto, muoio anche io).
Sè ed oggetto risultano quindi indifferenziati e la paura è l’annichilimento del sè.
 
Questa paura di essere abortita (psichicamente, ma anche fisicamente per quanto sopra detto) significa però anche una speranza di rinascita grazie all’angelo-analista. Angelo non come idealizzazione patologica ed estrema, ma per sottolineare la difficoltà del lavoro che dovrà compiere l’analista.
 
Questa paura di essere abortita è presente anche nel secondo sogno proposta da Borgogno anche se con qualche importante differenza.
Il tipo di caduta è completamente nuovo perchè cadere non è più una completa disintegrazione di sè, ma esso rimane integro. C’è ancora notevole sofferenza e terrore collegato con la caduta, ma il sè sopravvive. Anche la presenza di “Nessuno” è significativa perchè lotta per salvare le parti del sè dalla figura principale del sogno (la regina).
 
La dinamica illustrata da quel sogno è quella per cui perchè viva uno deve morire l’altro (dinamica presente anche nelle sedute riportate nel primo capitolo).
 
La vertigine “di essere lasciati cadere” ha quindi una componente di terrore ma non di danneggiamento e annichilimento effettiva.
 
Ferenczi sosteneva che le vertigini che alcuni pazienti sperimentavano al termine delle sedute erano il passaggio da dentro a fuori l’holding analitico
 
Il terrore di essere lasciati cadere e l’annichilimento sono presenti anche nel racconti di Beckett “Lo sfrattato” in cui il ritiro schizoide del protegonista richiamano la storia di M.
Il protagonista del racconto usa delle componenti ossessive per sperimentare quella funzione di holding che i genitori non hanno saputo dargli, come “seconda pelle” che serve a contenere e tenere al sicuro la sua anima dal mondo e dagli affetti.
La rigidezza nel camminare richiama in maniera molto evidente questo particolare della personalità del protagonista, mentre la funzione di “protezione” e holding lo si può trovare nel contare le scale, tenere il cappello denso di significati e il mantenere le feci a contatto con la propria pelle.
Anche il contatto umano non è annullato del tutto nel ritiro schizoide del protagonista, lo si può vedere cercare nel cocchiere una fonte di calore umano, per poi però finire a sentirsi soffocato e doversi gettare lui stesso nuovamente in strada, con una caduta che richiama la caduta primaria, quella dello sfratto.
 
Rimane qunidi molto chiara l’idea della lotta interna tra il desiderio di un contatto e la paura soffocante del contatto che significa, nel racconto, anche perdere se stessi.
Inoltre il trattenere le feci a contatto con il proprio corpo fa pensare ad una serie di traumi precedenti al racconto che possono aver portato a sviluppare questa pratica come tecnica difensiva.
 
Passando ora all’ultimo sogno di M, quello del gorgo, il tipo di vertigine presente è opposta alle altre 2: una vertigine da angoscia di essere risucchiati.
E’ poi la stessa M a preoccuparsi del bambino-sè insieme ad una amica, come a protezione di alcune parti di M che possono essere più vulnerabili. La presenza della capacità di contenimento interiorizzata durante l’analisi appare evidente nella stessa giocosità e vitalità del sogno, che pur mantenendo elementi di angoscia e paura sono completamente ribaltati rispetto ai primi sogni.
 
Risposta di Borgogno a Schellekes
 
Borgogno non ama Quinodoz in quanto esso è eccessivamente focalizzato all’intrapsichico mentre Borgogno preferisce analizzare l’ambiente come fattore più importante.
 
Riguardo al primo sogno è d’accordo con Schellekes che i pazienti che presentano problematicita simili a quelli della “prima M” non hanno una vera a propria identificazione con l’oggetto, ma più che altro una imitazione dell’oggetto (Bick), una adesione per l’illusione di contenimento per evitare caduta e collasso; e proprio su quel confine di “difesa patologica” bisogna lavorare con questi pazienti (Ferenczi).
Concorda anche sulla rilettura del primo sogno riguardante una morte ma anche una rinascita, anche perchè rileggendo i sogni di M, essi appaiono sempre di meno delle isole separate da tutto, ma dei capitoli di una lunga ricerca di sè, di una propria identità.
Questa visione appare evidente anche nella figura del carbonaro che potrebbe, con quella luce in testa, all’interno della caverna, apparire come un medico con uno speculum, intento a far rinascere la paziente a livello psichico.
 
Il problema che nasce qui è il seguente: per la famiglia di M nascere equivale a morire e quindi ci si trova di fronte ad un rebus problematico da risolvere.
 
Il punto di vista di Ferenczi sulle vertigini citato dalla Schellekes è però relativo al primo Ferenczi, dove egli sottoline che le vertigini siano il “non sentirsi a casa” del paziente, sentirsi “solo un altro paziente”. Il successivo punto di vista dell’autore parla di vertigini come di una assenza di “spazio di accoglienza per i propri figli” e quindi non di mancanza di una casa “analitica” ma di una casa “mentale dei genitori”. Bambini, insomma, che non sono stati accolti dai genitori.
 
In questi casi Balint suggerisce di chiedersi che cosa la paziente abbia in mente della relazione perchè spesso vivono in un mondo dove il pensare è slegato dal sentire e il sentire è slegato dal pensare. Bisogna allora che l’analista riesca a creare un’area di “percezione immaginativa” per una maggiore facilità terapeutica e di gestione del paziente.
 
Nel sogno del gorgo M cade “in buone mani” e non c’è il rischio di perdere l’oggetto durante la separazione.
 
Sottolinea, per finire, che Beckett e M hanno sì un ritiro schizoide simili, ma il tipo di genitorialità è ben differente.
di Ivan Ferrero
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